Diacrítica (entrevista)

Por Matteo Lèfevre
(Università degli Studi di Roma Tor Vergata)

Leggendo la tua poesia, la prima cosa che colpisce è la chiarezza, l’autenticità di ciò che scrivi. È come se i tuoi pensieri, per quanto filtrati dal ritmo, dal verso e dalle strategie stilistiche tipiche della poesia, prendessero forma in un incontro immediato e spontaneo – un tempo si sarebbe parlato di “ispirazione”… – nel momento in cui ti imbatti nei temi e nelle situazioni che affronti. Allo stesso tempo, nelle tue liriche si nota anche una progressiva e profonda presa di coscienza rispetto a ciò che descrivi e commenti, come se rimuginassi certi argomenti varie volte prima di dare ad essi una consistenza concreta a livello di immagine e parola. Puoi dirci qualcosa in più sull’origine della tua creazione poetica, su come e da che cosa nascono realmente i tuoi versi?

Mi interessa sempre la chiarezza poetica purché risulti scomoda: per il tono (ironico, distante, grottesco), l’atmosfera (fantastica, sinistra, surreale) o la voce. In quest’ultimo caso, penso per esempio che la crudezza lirica possa essere un modo fertile di affrontare il reale, una “maniera” che, lungi dal neutralizzare conflitti intimi o collettivi, sappia moltiplicare le risonanze. Mi interessa una sorta di intemperie morale. Aderire a ciò che è concreto, a ciò che è corporeo, è a volte il miglior modo di risvegliarne la trascendenza. Rispetto al processo di scrittura vero e proprio, credo che la poesia lavori con ossessioni che vanno articolandosi nell’inconscio, a livello di discorso e di immaginario, finché si impongono su chi scrive. Sento che le poesie hanno un proprio passato nella mia coscienza, un passato che conflagra durante l’attività di scrittura in maniera febbrile e improvvisa. Forse è da ciò che scaturisce la sensazione di immediatezza che producono.

Come critico, se dovessi dare una definizione d’insieme per la tua poesia, o per lo meno per quella che conosco e che ho tradotto, propenderei per utilizzare un aggettivo magari passato di moda, ma piuttosto fortunato ed esplicito in seno alla tradizione ispanica: comprometida, cioè “impegnata”. Naturalmente, non mi riferisco a un impegno ideologico preciso e ortodosso – la tua, senz’altro, non è una poesia “a tesi” −, tuttavia è abbastanza evidente, nei tuoi versi, uno sguardo e un approccio alla realtà che investe questioni politiche, sociali e culturali molto attuali e pressanti. In proposito, in primis vorrei sapere se sei d’accordo con questa interpretazione “civile” della tua poesia e se desideri aggiungere qualcosa al riguardo. In secondo luogo, credi che la poesia possa ancora oggi avere un qualche ruolo nello sviluppo di una presa di coscienza pubblica o privata nel lettore, come auspicavano, ad esempio, gli autori della poesía social spagnola degli anni Sessanta?

In effetti, una buona parte della mia opera esibisce in modo esplicito una propria “politicità”. Ovviamente, se accettiamo che la politicità del XXI secolo, per lo meno in poesia, è refrattaria al messianismo ed è senza dubbio priva di pretese totalizzanti. Credo infatti che la poesia politica oggi privilegi l’instabilità e si ribelli contro una sorta di chiusura, quando non proprio una “clausura”, del senso, che minaccia costantemente una fuga, come se la sostanza, la direzione ideologica del verso fosse sempre in movimento e dunque non definibile in modo perentorio, statuario. In un discorso del genere, sì, mi ritrovo. Ad ogni modo, sono convinta che dei versi d’amore o una lirica sulla radiazione sonora dell’universo hanno la medesima capacità di “cambiare il mondo” di una poesia sullo sciopero generale. La buona letteratura è sempre, a suo modo, contestataria.

In molti frangenti la tua poesia si mostra vicina alla prosa: sembri spesso avere bisogno di uno spazio più vasto e più lungo del verso tradizionale per l’elaborazione del tuo discorso poetico, per dare la giusta sfumatura agli argomenti che tratti e raggiungere la chiarezza di ragionamento a cui aspiri. Nella poesia contemporanea questa vicinanza, questa sovrapponibilità tra verso e prosa non è di certo nuova; puoi dirci qualcosa in più su questa tendenza − quasi una tentazione − verso la prosa che si nota in molte tue poesie? Da dove nasce, a che si deve e a che mira realmente?

Mi hai fatto pensare a una poesia che ho eliminato dal mio ultimo libro e che finiva così: «Essere prosaica / è l’unica maniera che conosco / di sopravvivere». Detto questo, mi interessa portare al massimo livello le modalità con cui la liricità e la speculazione propri del linguaggio possono generare tensioni all’interno di un componimento. Queste tensioni fanno sì che, alle volte, io scriva delle poesie in verso di aspetto notevolmente secco e prosastico, mentre magari il lirismo invade altri testi che ho scritto in forma di versicolo o direttamente in prosa. D’altra parte, e in modo assolutamente capriccioso, sento che c’è un dolore specifico nella liricità che a tratti cerco di contenere in un esercizio ascetico di rinuncia, con la speranza che dietro a questa rinuncia si percepisca la forza di ciò che contiene, tutto ciò che sta per soverchiarci.

Un’ultima domanda legata meno all’ermeneutica vera e propria e più alla semplice curiosità del critico. Una specie di richiesta di coming out, come si dice oggi. Quali sono i tuoi poeti preferiti (non solo spagnoli) classici e contemporanei, e perché? Nella tua poesia menzioni Pasolini, che probabilmente si sentirebbe attratto dal tuo modo di scrivere e descrivere la realtà: qual è il tuo rapporto con la poesia italiana? A parte Pasolini, conosci e apprezzi nello specifico qualche poeta della nostra tradizione lirica o perfino degli ultimi decenni?

Sorvolando sugli spagnoli, ho letto molto Pasolini nell’adolescenza, ma il poeta italiano del Novecento che mi è rimasto più impresso è Eugenio Montale, per il suo modo di andare dalla materialità alla metafisica attraverso quelle piccole epifanie che si fanno spazio nella privazione e nella sconfitta, per il modo di scrivere intenso e concentrato. Ad ogni modo, spesso mi piacciono poeti anche per ragioni diametralmente opposte: che so, a volte per la loro scrittura libera e dirompente, smisurata, quasi incontenibile. Penso, ad esempio, a certe liriche di Amelia Rosselli. Credo che ci sia un tempo per Pavese e uno per Ungaretti; mi piacciono entrambi, ciascuno a suo modo. Al di là dei classici novecenteschi, negli ultimi anni ho avuto occasione di avvicinarmi anche alla poesia di Giorgio Caproni e Giovanni Raboni, che ho potuto apprezzare grazie alle stupende traduzioni spagnole operate dal poeta J. C. Reche.

(Entrevista publicada en la revista Diacritica. Bimestrale indipendente fondato da Maria Panetta e Matteo Maria Quintiliani. Año I, fasc. 2, 25 de abril de 2015, pp. 137-140.)